M5S aka le mie cinque stelle per Sanremo

 

Sanremo è San Remo, nel senso che deve dividere e scatenare polemiche per mantenere lo status quo di contenitore mediatico nazionalpopolare.
1) Questa edizione del festival ha mostrato al popolo che l’aggettivazione nazionalpopolare ha costruito un afflato semantico diverso da quello consueto.
Il “bel canto italico” e le abitudinarie litanie amorose e/o politico-sociali che hanno sempre accompagnato l’evento musicale (un tempo) più importante della musica leggera italiana, sono stati travolti dalla rivoluzione che è nel frattempo intercorsa nel pop.
Il bon ton lagnoso è stato surclassato dagli astri emergenti dalle classifiche digitali (quelle di Spotify per intendersi), così, sono schizzati sui riflettori mediatici tanti novelli Carneadi che hanno mandato in tilt buona parte della critica giornalistica, impreparata a gestire la nuova dirompente scena musicale italica.
2) Qualche festival fa, uno come Mahmood sarebbe arrivato tra gli ultimi, invece (complice anche il famigerato televoto da casa), ha meritatamente vinto.
Togliendosi l’ipocrisia musicofila, bisogna ribadire che l’obiettivo di Sanremo è quello di avere canzoni orecchiabili e radiofoniche, di quei motivetti che si canticchiano al bar o mentre si svolge un qualche tipo di lavoro.
Mahmood ha saputo coniugare rabbia delle periferie, parole e musicalità raccontando una fragile realtà quotidiana da cui tutti siamo stati sfiorati senza presunzione e senza sindrome da “premio della critica”. Si dirà che avrà fatto qualche garbo alle industrie discografiche, ma il pezzo funziona e bene.
3) I vari Cristicchi e Silvestri personalmente li ho trovati bolsi e pedanti, più in preda alla fissa da primo della classe che da quella dell’innovazione musicale.
E poi, davvero vi ascoltereste quel testo di Cristicchi a prima mattina? A quel punto meglio “Ok Computer” dei Radiohead se proprio.
4) La mia invece personale folgorazione va ad Achille Lauro, uno che mi permetto di definire il Matthew Healy italiano.
“Rolls Royce” è l’asaltazione del nichilismo esistenziale contemporaneo, la nipote indiretta di quella meravigliosa “Transmission” dei Joy Division. L’esibizione con Morgan resterà nella storia.
Adorazione assoluta e ascolto ossessivo compulsivo per lui, tra l’altro era anche il più attizzoso tra i cantanti in gara.
La stella nata a Sanremo è la sua.
5) Che bello vedere gli Zen Circus a Sanremo, sono il più grande gruppo musicale italiano e l’hanno dimostrato con un pezzo di autentica poeticità punk, a dimostrazione che dietro “il cinismo più bieco e spietato, tipo quello da cantautorato” c’è il più sagace romantismo possibile. Grandiosi. Il premio della critica lo avrebbero dovuto assegnare a loro, ma la democrazia semplicemente non funziona e il televoto lo dimostra. Perchè Sanremo alla fine è sempre Sanremo.

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La narrazione del consumo secondo QVC

C’erano una volta  Postalmarket e Vestro, mercati patinati su carta che imperversavano nelle case degli italiani proponendo ogni genere di chincagliera possibile: dallo stendino a sospensione passando per capi d’abbigliamento in stile democristiano (ovvero nulla di eccessivamente sexy e stiloso) fino all’importazione delle prime cineserie (solo molto dopo i cinesi sarebbero arrivati a occupare metri e metri quadrati di negozi in ogni angolo d’Italia).

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Questo mondo nei primi anni novanta si è lentamente estinto (Postalmarket è definitivamente fallito nel 2007, ma la sua crisi è iniziata nel 1993 con la cessione della pubblicazione da parte della sua fondatrice al gruppo editoriale tedesco Otto Versand), lasciando soli i desideri inespressi di miriadi di consumatori che potevano trovare conforto al desiderio di acquisti ossessivo-compulsivi solo negli ipermercati accecanti che iniziavano a essere costruiti ovunque, complice la politica glocal in cerca di consensi facili.

Ma le masse, inesauste di acquisti, non erano ancora soddisfatte: volevano qualcosa di esclusivo, marchi difficilmente reperibili, una relazione più confidenziale con gli addetti vendita, sconti in qualunque periodo dell’anno e la possibilità di acquistare comodamente seduti nel salotto di casa.

Così è arrivato internet con i vari Amazon e Zalando ma, mancava ancora qualcosa: la relazione, il contatto diretto, la coccola, perchè comprare in qualche modo è un’emozione e un freddo carrellino online non realizza totalmente l’esperienza di acquisto.

Così nel 2010 è giunto in Italia QVC, canale di retail televisivo nato nel 1986 negli Stati Uniti.

 

“Quality, Value, Convenience”, sono le parole d’ordine di una realtà che è diventata la seconda piattaforma media televisiva negli Usa e che in Italia (canale 32 del digitale terrestre) sta conquistando sempre più spettaconsumatori.

Un giorno, casualmente, mi sono imbattuta su questo canale e mi sono dedicata alla sua attenta osservazione, incuriosita dall’accuratissima strategia adottata, un vero unicum in  Italia.

QVC infatti punta su un’interazione amicale tra le presentatrici-venditrici delle varie trasmissioni e il pubblico da casa. Non esiste distanza: chi presenta identifica alla perfezione il target di riferimento del brand da proporre. Le conduttrici sono delle micro-influencer che utilizzano gli stessi prodotti che sono distribuiti dal canale e suggeriscono alle followers come utilizzare al meglio i prodotti acquistati tramite Facebook, Instagram e Twitter.

Affiancate da rappresentanti delle varie aziende, le presentatrici illustrano con pacatezza e ricche descrizioni i prodotti, che spaziano dalla cosmesi, alla moda fino agli elettrodomestici per la casa.

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Le presentazioni più affascinanti sono quelle legate al mondo del beauty, dove vengono proposti brand a prezzi competitivi (su tutti Perricone MD, Elemis e SBC), avvalendosi di rate senza interessi e con la possibilità di comprare senza carte di credito, avendo anche la possibilità di restituire qualsiasi acquisto entro 30 giorni.

QVC struttura le proprie politiche di prezzo secondo un marketing rigidamente codificato secondo le seguenti proposte:

-today’s special value: l’offerta del giorno, solitamente la più conveniente, dove vengono proposti acquisti a prezzi scontatissimi e in ingenti quantitativi se si tratta del settore merceologico beauty;

-one day only: sconti (solitamente del 30%) destinati a salire nei giorni successivi;

-prezzo di lancio: prima presentazione di prodotti che verranno poi ripresentati in altre trasmissioni;

-prezzi outlet: le rimanenze (a volte inguardabili) con prezzi di buona convenienza.

QVC è una media company profondamente attenta alle peculiarità delle nazioni in cui si stabilisce, per questo motivo cerca di valorizzare i comparti produttivi più importanti che caratterizzano un determinato paese.

In Italia, QVC si occupa di ricercare aziende moda e beauty poco conosciute in grado di rispecchiare in pieno la filosofia alla base del canale e dei suoi destinatari, con un progetto chiamato QVC next  che ha permesso a 26 aziende emergenti di proporsi al grande pubblico.

Degno di nota è anche l’interesse per il mondo delle start-up al femminile, con QVC Next Lab, un programma di sostegno all’imprenditoria rosa, giunto alla seconda edizione.

Dall’analisi di QVC emerge che le televendite imbonitrici sono ormai destinate a scomparire, per lasciare spazio a una modalità di retail che cerca di essere attenta al mondo circostante, favorendone lo sviluppo economico.

 

 

 

 

 

Di esistenze come scaffali del supermercato

“Io cerco il mare, tu il wi-fi”, canta Baby K, simbolo di un’incomunicabilità sempre più asfissiante che riguarda tutti. Vodafone nello spot regala giga magnanimamente (almeno in apparenza) per concedere di postare foto segnaletiche delle nostre esistenze multiple. Il personale ormai è pubblico. Presi dalla dipendenza social, senza cui non sapremmo più apprezzare la bellezza di un tramonto, non parliamo quasi più, se non utilizzando qualche frase fatta condivisa acriticamente.

Esponiamo noi stessi come prodotti di uno scaffale del supermercato, nell’attesa fervida di likes che soddisfino il nostro ego narcisistico. Tutto è pubblicabile tranne il malessere delle nostre esistenze, da cui evadiamo cercando di mostrare i nostri migliori sorrisi. Nel frattempo si rompono ponti, virtuali e ahimè reali, come nella tragedia di Genova, ma ormai siamo incapaci di protestare se non con un “condividi se sei indignato”, come nelle catene di una volta.

Siamo paralizzati dalla nostra vanità a portata di smartphone, per poter assemblare una minima riflessione politica argomentata e, così, basta il primo crucco che spara cazzate usando le dirette Facebook, per credergli lasciando emergere quel virus fascista da cui non siamo mai stati sufficientemente vaccinati.

Siamo fragili, per questo radicalizziamo le nostre visioni, incapaci di cogliere nello smarrimento le opportunità di rinascere, dando nuove prospettive a noi stessi e all’Italia. Ma fuori sono 41 gradi, il mare aspetta e l’alga tossica anche. Non c’è nessuna rivoluzione fuori e dentro QVC trasmette in diretta per 17 ore al giorno facendo compagnia ai consumatori e alle solitudini represse, mentre l’umido appiccicaticcio dell’ovvietà attanaglia le nostre esistenze fintamente sorridenti.

Onlife advertising: quando la narrazione è (solo) pubblicità. Del caso Ferragni e di altre storie di patinata quotidianità

The Blonde Salad aka Chiara Ferragni aka The Instagram Queen: storia di un’influencer globale, una multinazionale markettara che promuove qualsiasi tipologia di prodotto. Forse all’appello mancano solo i cessi, ma prima o poi si potrebbe anche vederla nell’espletamento delle sue funzioni fisiologiche, visto che ormai ogni dettaglio della sua quotidianità è di dominio pubblico. Qualunque sua azione è immortalata dall’obiettivo di una fotocamera pronta a cogliere ogni momento su Instagram. La chiamano influencer, nuova evoluzione delle antiche testimonial, figura in grado di catalizzare l’attenzione di milioni di followers sparsi per il mondo.

Come lei, sono miriadi coloro che hanno reso l’attività di influencer un mestiere teso al racconto di se stessi mediante la promozione   (a pagamento, of course) di prodotti. Ma la propria personale narrazione egotica può avere un senso se ad essa viene perennemente associato un brand? Il caso della Chiara nazionale (forse sarebbe il caso di dire internazionale) è alquanto esplicativo, perchè in ogni sua foto appare qualcosa da promuovere. Recentemente ha fatto scandalo la foto in cui reclamizzava la bontà di un’azienda di latte in polvere, raccontandone i salvifici prodigi su un post di Instagram che ha destato molte polemiche da parte di mamme e pediatri poichè in Italia  è vietato sponsorizzare il latte artificiale per neonati (decreto 9 aprile 2009, n. 82, in attuazione della direttiva 2006/141/CE).

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Ecco quindi la necessità da parte di Instagram di una più attenta regolamentazione su prodotti legati a consumatori così delicati:sarebbe opportuno che, per bambini così piccoli, si provveda a maggiori tutele, laddove il buonsenso dei genitori guardi solo alla sindrome da monetizzazione.

Sebbene molto criticabile, la Ferragni è un modello per molte donne, non solo per il suo “stile” (presunto?) ma anche per l’immagine che offre del suo corpo.

A seguito di un commento scritto da una giornalista di costume che evidenziava le sue rotondità materne, la consorte di Fedez si è furbamente eretta a paladina del bodyshaming, postando una foto da femminismo instagrammatico.

“We should be all feminist” recitava la t-shirt da lei indossata su più post. Ma uno sguardo più attento degli hashtag (una specie di segnalibri acchiappa visualizzazioni), evidenzia la sponsorizzazione targata Pantene per i capelli rosati.

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Personalmente, per una narrazione di sé veritiera su social, credo sia necessario creare dei doverosi distinguo tra post brandizzati e post autenticamente autobiografici, altrimenti si corre il rischio di rendere l’intera esistenza una pubblicità continua, un autentico onlife advertising in cui si rischia di diventare schiavi di prodotti non scelti, perdendo l’influenza acquisita tra la folla di instagramers.

Dall’altra parte, il giochino “foto+prodotto=acquisto” alla lunga perde di efficacia, anche perchè nella nostra epoca di ipercriticismo consumistico, diventa sempre più complesso rendere accattivanti e desiderabili le merci e, se un’ influencer di aziende ne promuove a centinaia, si rischia la vampirizzazione delle stesse, con la conseguente perdita di importanza dei prodotti.

Per questo occorre una selezione vicendevole, da parte di influencer e brand, affinchè gli antichi “consigli per gli acquisti” abbiano ancora un seduttivo alone di veridicità e favoriscano il magico rito dello shopping.

 

 

 

 

L’autogol della fruizione. Il caso Chicco e l’analfabetismo fictionale

Pubblicità per bambini. L’immaginario collettivo associa i prodotti per l’infanzia a scene di bucolica vita famigliare, frames contenenti dolci carezze tra mamme e bambini, lallazioni e nenie tenui e stucchevoli. Sono scenari sicuri a cui qualsiasi azienda può affidarsi con la certezza di realizzare contenuti mediatici di sicuro effetto. Ma nell’attuale burn-out da advertising, quanto poi degli artefatti promozionali realizzati viene associato al brand che l’ha proposto? Basti guardare gli spot dei brand che si occupano di baby product in Italia: è tutta una scioglievole mielosa accozzaglia di buoni sentimenti anonimi. E’ chiaro che nell’epoca attuale, mamme e papà non si lascino certo incantare dagli occhioni languidi di un bimbo che mangia la pappa per scegliere cosa acquistare (a questo proposito le indagini svolte da Doxa kids mostrano con chiarezza l’attenzione con cui i genitori valutano ogni acquisto per i propri pargoli), ma d’altro canto le aziende del settore necessitano di nuove vie per sensibilizzare i loro target.

E qui arriva la genialata della Chicco. Complice l’agenzia di comunicazione spagnola Pink Lab (http://www.thepinklab.com/), stravolge completamente le regole di un settore abbastanza mono-tono. Il punto di partenza non è più l’allegra famigliola felice, ma il concepimento di un bambino. La grande trovata dell’agenzia è quella di approfittare dei Mondiali di calcio per proporre una riflessione sulle nostre solitudini e sul calo demografico in Italia, giocando sull’ironia propria del linguaggio pubblicitario.

Lo spot, intitolato Baby Boom (con chiaro riferimento ai gloriosi Anni Sessanta), giocando con immagini sincopate e dalla splendida fotografia d’epoca, parte dalla leggenda che vuole un aumento di nascite dopo ogni mondiale suggerendo di colmare la delusione per la mancata partecipazione dell’Italia ai mondiali facendo un figlio per il bene dell’Italia (seguono sequenze schizzate di “famolo strano” in tutti i laghi, in tutti i luoghi in stile “Outside” di George Micheal).

 

 

Lo spot si conclude con questa frase:

“Perchè in questo mondiale i gol per l’Italia li segniamo noi.”

Ed è subito uno spegnersi di luci per la città con la comparsa del logo Chicco con il nuovo pay-off “Dove ci sarà un bambino.” Un perfetto esercizio di coerenza formale da annali della comunicazione pubblicitaria.

Dal ritmo sincopato della pubblicità a quello ancor più serrato delle polemiche, il passo è breve. Da Facebook a Twitter è un pullulare da un lato di gente che parla di Minculpop e apologia di fascismo e, dall’altro,  di sperticate lodi alla Chicco di politici e giornali destrorsi.

Spiace quindi notare che l’innovazione (da manuale) apportata da Chicco e Pink Lab nell’ambito della pubblicità dei baby products non sia stata colta. Sono state solo evidenziate all’ad in quanto, secondo taluni, esso risulta politicamente scorretto per la mancanza di bambini di colore e di famiglie arcobaleno. Coloro che hanno contestato lo spot per questi aspetti non hanno colto che lo spot in questione non voleva rappresentare in modo politico le famiglie italiane, ma solo spingere in maniera dissacrante gli italiani a riconsiderare l’idea di avere figli per il bene dell’Italia e della Nazionale di calcio, dando nuove prospettive e sogni a una nazione incartapecorita e vetusta. E qui emerge l’annosa questione delle capacità di analisi critica dei media da parte della gente. Abituate ormai a pubblicità elementari e didascaliche, le persone hanno difficoltà a comprendere linguaggi comunicativi più sofisticati, interpretandoli alla lettera. Si tratta di un autentico analfabetismo fictionale, in quanto non si è in grado di cogliere gli elementi alla base di una narrazione, aspetto evidenziato da coloro che sono andati addirittura a scomodare i dati Istat per verificare se fosse vero l’aumento di nascite nei mesi successivi ai mondiali.

Emerge in questo il paradosso del mondo della post-verità: si cerca il vero nell’artefatto e non si comprende il falso di una fake-news da click-baiting.

Uno spot commerciale (commercio=vendere) ha l’obiettivo di persuadere con ogni mezzo e quindi  è assolutamente lecito l’uso di una leggenda metropolitana come espediente per uno storytelling accattivante. Forse servirebbe un Brain-boom in quest’epoca così dissennata a livello cognitivo. Ma questa non è una mission che spetta certo alla Chicco.

 

 

 

Gli effetti di Cristiano Ronaldo nel mio mondo

Estate 2018. Come in un diario adolescenziale l’annotazione di una cotta estiva, così questa stagione sarà ricordata per l’arrivo alla Juventus di uno dei più forti giocatori di sempre.
Non avendo le competenze necessarie per poter analizzare le capacità tecniche di Ronaldo, sposto il mio punto di vista sulla dimensione onirica dell’accaduto.
Fino alla scorsa settimana, la possibilità di un eventuale acquisto di CR7 da parte della Juventus era pari all’elezione di Giuseppe Civati come premier, alla probabilità che Maria Elisabetta Alberti Casellati indossasse un paio di Louboutin tacco 12, al ritorno degli Oasis insieme.
Ma c’è stato un poi, forse senza senno, che ha scatenato un’autentica rivoluzione: Cristiano Ronaldo è stato acquistato dalla Juventus: l’impossibile all’improvviso è diventato realtà, un cambiamento talmente stratosferico da cui ognuno risulta sfiorato nel suo quotidiano.
Domani forse, mentre cammino frettolosamente come al mio solito, incontrerò per le strade di Trani Ryan Gosling che mi ferma e dice “Ciao Maria Grazia, sai quando ho saputo dell’acquisto di Cristiano Ronaldo, ho capito che Eva Mendes non era la donna per me, è noiosa e poi non so perchè vuole sempre chiudermi in casa. Una gelosia immotivata, sono un ragazzo comune come tanti che si trovano in giro, perchè faccia tante manfrine proprio non lo capisco. Non ti dico le scenate di gelosia su Emma Stone. Era abbastanza evidente che in “La la land” lei recitasse. Mica si è mai innamorata di me! Invece Eva si è fissata sugli occhioni lucidi che secondo lei mi faceva e da allora è diventa nevrastenica. Assurdo, per me poi che sono un ragazzo che passa inosservato.
Allora ho deciso di lasciarla e ho deciso di venire a Trani, perchè il cuore mi ha portato qui, da una ragazza che mi apprezza per come sono. Una ragazza della porta accanto che sa riconoscere la mia bravura senza lasciarsi abbagliare da certe sequenze di “The Notebook”, “Blue Valentine”, “Crazy Stupid Love”. Non ho mai capito perchè molte sbavino letteralmente per certe scene, davvero un mistero.”
Dopo aver spiegato a Ryan di essere completamente d’accordo con lui (beh, perchè voi lo contraddireste?), proseguirò il mio giro nevrotico e m’imbatterò in Louis Garrel. Me lo immagino seduto in un bar elegante, mentre legge un romanzo toccandosi i capelli. Louis mi ferma e mi dice: “Ciao Maria Grazia, vorrei sapere cosa significa per te l’amore. Sai, da quando Cristiano Ronaldo ha scelto la Juventus, ho capito che Laetitia non è adatta per me. E’ così scialba e poi non ama il cinema. Come posso stare con una donna del genere? Allora ho scelto di venire da te, perchè ami il cinema francese e ti sei vista molti dei miei film. A proposito, cosa ti ha colpito del mio ultimo film, “Il mio Godard”? Vorrei una tua opinione, magari ne potremmo parlare insieme bevendo un calice di vino.”
Così mi fermerò a chiacchierare, perdendomi nel suo meraviglioso sguardo strafottente e poi lui mi scarrozzerà in giro come nello spot del profumo di Valentino di cui è protagonista, mostrandomi una Trani diversa, da sogno.
Tornata a casa, ricontrollerò le notizie e rifletterò sugli strani accadimenti avvenuti: se la il profumo della vita è l’ottimismo, sicuramente assomiglia a quello indossato da Cristiano Ronaldo. (E no, non credo proprio sia Acqua di Giò.)

Copy+writer=me

Spesso mi sono sentita chiedere quali fossero le mie aspirazioni e molte, moltissime volte ho tentennato nel rispondere. Mi sono sempre tremendamente vergognata di affermare perentoriamente il mio desiderio professionale, probabilmente a causa del rapporto conflittuale che ho sempre avuto con la mia autostima e poi, forse, per il timore di non essere capita o di essere presa per pazza. Insomma non è proprio da tutti i giorni ricevere come risposta “vorrei fare la copywriter”e dover spiegare in cosa consista tale professione. E’ molto più facile sentirsi dire “voglio fare la giornalista” ma personalmente non è mai stato nelle mie corde, tenendo soprattutto conto che nella maggior parte dei casi si tratta di scrivere di cronaca (e per giunta locale). No, sono sempre stata con la testa tra le nuvole e riportare verbali cronachistici non mi appassiona affatto. Da quando ero piccolina ho sempre amato giocare con le parole, in ogni modo possibile, si tratta di quel classico qualcosa che semplicemente viene spontaneo, senza sforzo. Certo, è facile parlare così su due piedi di sogni, ma la realtà è ben diversa e per questo copywriting c’è pochissimo posto e tra l’altro occupato da autentici geni comunicativi. Così, nel mio piccolo, lascio che questo antico amore sgorghi ogni tanto quando scrivo un post sui social, un modo per sentirmi libera di esprimere il mio narcisismo letterario e respirare quella passione che avverto e di cui è impossibile privarmi. E almeno su queste piattaforme virtuali non sento quel timore reverenziale sui miei desiderata.

L’insostenibile figaggine di Matthew Healy o del concerto dei 1975 al Postepay Rock Festival di Roma

Premessa: sì, è vero. Verissimo direi. Sono da sempre una rockettara con attitudini punk, sebbene dal mio aspetto non si direbbe proprio. Tuttavia nel mio percorso esistenziale ho sempre incontrato il pop e, talvolta, me ne sono lasciata convincere.

E’ questo il caso dei 1975, band che mi ha proprio conquistata. A onor del vero (sopra richiamato) sono stata folgorata da Matthew Healy, il frontman della band, uno che esprime la quintessenza del termine inglese “cool” (in italiano figo). Il cantante in questione ha una sexiness pazzesca, roba da risvegliare i feromoni adolescenziali riposti in un baule impolverato, perso non so dove in qualche soffitta del cuore.

Matty ha un “cool touch” in qualunque gesto egli compia, probabilmente sarebbe incredibilmente figo anche nel gesto di tagliare le cipolle o in quello di aprire una peroni ghiacciata con i denti. Insomma il suo è un carisma cristallino (praticamente alla Max Weber) che si associa a un talento compositivo notevole.

E qui si giunge al Dunque della questione: i 1975 non sono una band costruita a tavolino e sono distanti dalle sonorità di gruppi pop emersi in ogni latitudine terrena a seguito dei talent che invadono ogni spazio del villaggio globale.

Va detto che la band ha radici in quel di Manchester, città che ha donato alla scena musicale mondiale band straordinarie, i miei amatissimissimi Oasis su tutti ma anche i fenomenali Joy Division e tante altri tra i più noti gruppi della scena indie-rock.

Ovviamente i 1975 non hanno attinenza alcuna con il brit-pop anni novanta o con le sonorità di Ian Curtis, ma nel loro stile musicale c’è un meltin’ pot postmoderno che rende la loro musica fresca e al tempo stesso riconoscibilissima.

The 1975 Lyric Quotes

Personalmente in alcuni brani sembra che la band rievochi i Depeche Mode degli esordi, quelli di “Just can’t get enough” per essere chiari; oserei dire che se trovassero una convergenza favorevole potrebbero diventare una band importante quasi quanto loro, sebbene i contesti storici di riferimento siano parecchio diversi.

Di certo i 1975 presentano sui social media un’immagine di rara raffinatezza che ricorda moltissimo l’estetica situazionista guydebordiana e le installazioni di Jenny Holzer, evidente segnale che sicuramente i loro riferimenti culturali sono studiati e approfonditi.

 

(Un lavoro di Jenny Holzer “Protect me from what I want”)

A ulteriore dimostrazione di tale tesi basta leggere e analizzare i testi delle canzoni scritte dal figo Matty. Si tratta di composizioni egotiche, brillanti, lucide e di notevole sarcasmo che toccano le nevrosi e le incoerenze toccate da tutti in questi anni così mediatici e vacui.

Molte canzoni parlano della dipendenza da social media, del bisogno di riconoscibilità sociale e di ossessione per la reputazione online, a discapito delle relazioni reali che finiscono per soccombere alla luce della fiera della vanità della mediasfera.

A questo proposito “Change of heart”, stupendo singolo dell’ultimo loro album “I like when you’re sleep, for you are so beautiful yet but you’re so unaware of it” potrebbe assurgere a manifesto delle incongruenze relazionali duepuntozero. La canzone (bellissima) parla di una relazione in cui i due protagonisti non sanno più riconoscersi e darsi una spiegazione su come sia iniziata la loro storia e in un dialogo arido e freddo si giustificano dicendosi che hanno solo recitato una parte e che quei segnali di attrazione reciproci altro non erano che luci effimere. Il tutto spiegato tra una foto di insalata postata su internet e uno sguardo spento dell’altro. Alla fine tutto si è ridotto in un cambio di direzione del cuore. Davvero un singolo di struggente amarezza.

L’album evidenza l’incontinenza espressiva di Matthew che mostra di virare con bravura dai toni leggeri (ma sempre sarcastici) di “Love me” e “She’s american” a quelli della drammatica “Paris” (adoro!) e di “She lays down”, una ballad strappalacrime da brividi basata su drammatiche esperienze autobiografiche, esattamente come nel primo album c’era la stupenda “Is there somebody who can watch you”. Sarebbe bello se la proponesse come singolo, chissà.

(Una strofa di “Paris”)

Il talento dei 1975 emerge anche nella dimensione live. Nel concerto che ho visto lo scorso 13 luglio a Roma presso l’ippodromo delle Capannelle, Matthew e soci hanno dimostrato di sapersela cavare benissimo nella dimensione live, senza esitazioni e donandosi al pubblico con gentilezza, calore e l’immancabile sarcasmo, enfatizzato da quell’adorabile inglese pungente di Matty.

A tal riguardo va detto che il leader dei 1975 è incredibilmente figo anche nella dimensione del concerto. I suoi gesti, dal prendere il microfono, al bere un sorso di vino o a fumacchiare una sigaretta erano talmente tutti così fuckin’ cool che mi è presa la sindrome di Stendhal da smartphone e non la finivo più di scattare foto e girare filmati.

Matthew Healy possiede una dirompente e disarmante sensualità che unita alla forza espressiva delle sue canzoni rende i 1975 davvero notevoli dal vivo. Ed è proprio il caso di dire, citando la commuovente “Robbers” (cantata tra l’altro a Roma come regalo per i fan): “babe, you look so cool”.
 

 

Greta Gerwig e lo spirito del tempo legato alle trentenni

“Mistress America” è il manifesto generazionale delle giovani donne trentenni in cerca di se stesse e di uno scopo nel mondo. Come nel già meraviglioso “Frances Ha”, la miti…

Sorgente: Greta Gerwig e lo spirito del tempo legato alle trentenni

Greta Gerwig e lo spirito del tempo legato alle trentenni

“Mistress America” è il manifesto generazionale delle giovani donne trentenni in cerca di se stesse e di uno scopo nel mondo.

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Come nel già meraviglioso “Frances Ha”, la mitica Greta Gerwig tocca al cuore le sue coetanee con il personaggio di Brooke una reinterpretazione duepuntozero del “faccio cose, vedo gente” di nannimorettiana memoria.

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La sua Brooke è una fragile ragazza con la sindrome da eterna sognatrice e dalla logorroica inventiva che si ri-conosce nella futura sorellastra Tracy, una ragazzina smarrita e in cerca del suo posto in un college di seconda serie (a dimostrazione delle falle presenti anche nel sistema universitario americano). Grazie a una sceneggiatura da manuale e a una colonna sonora a-temporale, il film mostra il rapporto simbiotico (nonchè da analisi transazionale, Eric Berne avrebbe gradito molto) tra le due sorellastre che avranno bisogno di una reciproca agnizione per capire che il reciproco ritrovarsi donerà loro la speranza di un domani diverso, nonostante il precariato non lasci tra le mani altro che qualche desiderio (ir)realizzabile.

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Ho pianto molto nel finale del film perchè Brooke mi assomiglia molto e ri-vedersi in un film è un dono raro. Solo chi ascolta e sente la vita vera sa poi raccontarla. Thanks Greta, thanks Noah.

 

P.S.: dopo aver visto “Mistress America” sono d’accordo su giudizio di Goffredo Fofi sulla “vecchiezza” de la “Pazza Gioia”. Vedere per credere.

 

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