Ten talking points non richiesti about Sanremo

Benvenuti a Ten talking points non richiesti about Sanremo, l’unica rubrica che ha sempre sostenuto che Sarri non è un allenatore da Juventus, ma questa è un’altra storia.

1) Musica e il resto scompare. Il titolo della canzone di Elettra Lamborghini spiega quale sia da sempre la mission di Sanremo, ma non quella della sua più o meno canzone.

2) La vittoria di Deodato dimostra che le pene d’amor perdute sono sempre garanzia di successo a Sanremo.
Personalmente la canzone è un po’ troppo sanremese per i miei gusti, ma si vede in ogni caso che Deodato è un artista sincero (non come un Morgan qualsiasi).
Anche se il cuore piange, ora le tasche sorrideranno.

2 bis) A proposito di stile sanremese, un plauso va a Tosca.
L’ “eh” che conclude il brano che portato a Sanremo lo rende molto più contemporaneo del rumore di Deodato, va detto.

3) Levante nell’ultima serata ha copiato il make-up di Nina Zilli. E’ un caso? Gelosia? Un segnale a Deodato?
Lo scopriremo, possibilmente non da Barbara D’Urso.

4) Tiziano Ferro ha steccato tutto quello che ha potuto. Se lo avessero fatto applaudire non avrebbe azzeccato nemmeno un applauso. L’amore sarà pure una cosa semplice come sostiene, ma cantare no. Mi sa che ha bisogno ancora di svegliarsi dalla luna di miele.

5) Il testo più bello è stato quello di “Rancore”, un’analisi metalinguistica sulla parola mela. Una meraviglia.

6) Se prima Diletta Leotta mi stava antipatica, figurarsi ora quale possa essere la mia opinione su di lei dopo che ha osato rovinare “Lose yourself” di Eminem.
La bellezza capita dal chirurgo plastico, ma altre doti non possono essere costruite artificialmente.

7) Rula Jebreal ha mostrato di sapersela cavare benissimo anche come conduttrice di varietà. Magnifica.

8) Il numero dell’infinito, come il talento di Achille Lauro che merita un doveroso post a parte. Questo Festival ne ha decretato la consacrazione tra gli artisti più talentuosi in circolazione. Avrebbe meritato di andare all’Eurofestival.
Molti hanno detto che la canzone era deboluccia, ne siete davvero sicuri?
Ha molto più senso di quello che appaia.

9) “Sincero” di Bugo è la biografia di Morgan.

10) Sabrina Salerno ha dimostrato di giocare con il pop più delle giovani promesse della musica italiana. Non riesco a capire perchè le cantanti italiane non giochino più con la loro immagine e tendano ad avere un’attitudine seriosa che non le appartiene. Ornella Vanoni con i jeans era più avanti di tutte le cantanti in gara.
Una come Elodie (e non solo lei) avrebbe molto da imparare da Dua Lipa. Visto che il talento musicale latita, perchè non accompagnare le esibizioni con balletti e un look più trasgressivo?
C’è una grigia morigeratezza nella musica leggera italiana femminile, le artiste dovrebbero andare a scuola da Achille Lauro e Nick Cerioni. Perchè va bene la musica, ma non sempre il resto scompare.

Nota a margine 1: che bello vedere Bobo Rondelli sul palco di Sanremo.

Nota a margine 2: ci voleva Mika per fare un omaggio a De Andrè. Grazie.

Le Piccole Donne di Greta

Ogni film di (o con) Greta Gerwig trova sempre il modo di farmi piangere.
Anche per la sua versione di “Piccole Donne” è stata la stessa storia, lacrimoni a profusione.

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Si tratta sicuramente della trasposizione più intensa e vivida tratta dai capolavori di Louise May Alcott, scrivo al plurale perchè Greta non ha didascalicamente adattato per il grande schermo l’opera più famosa della scrittrice, ma ha realizzato un sapiente collage narrativo di tre dei quattro libri che compongono la saga delle sorelle March.

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Il risultato è un film, con alcuni tocchi alla Truffaut, che restituisce una grande freschezza e contemporaneità al più classico dei classici tra i racconti di formazione più letti dalle ragazzine fino a qualche (?) tempo fa.
“Piccole donne” è sempre stato un passaggio obbligato, talvolta imposto, talvolta scelto, come nel mio caso.


Inutile dire che, per tutte, il topos spazzacuore del romanzo è la dichiarazione di Laurie a Jo e la conseguente evoluzione del loro rapporto, una separazione così emotivamente struggente da suscitare ogni volta sensazioni fortissime.

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La mitica Simone de Beauvoir nel suo “Memorie di una ragazza perbene” raccontava che l’emozione provata nella lettura di quel passaggio fu così violenta da farla desistere addirittura nella prosecuzione del libro.
Greta riesce invece a tratteggiare con passione la volitiva Jo, il personaggio fulcro della narrazione, interpretato non a caso da Saoirse Ronan, attrice ormai alter-ego della stessa Gerwig.

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La Ronan riesce nella difficile impresa di superare in bravura l’indimenticata Winona Rider (Jo nella versione del film di Gillian Armstrong).

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Non riesce invece a fare altrettanto breccia nel ruolo di Laurie il pur bravissimo Timothée Chalamet ma, a sua difesa, va detto che nel 1994 il personaggio era interpretato da Christian Bale (tantissima robba).

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Meglio lui, vero?


Greta tradisce l’opera della Alcott solo in un aspetto; nel libro Jo finisce con un vecchio e barbuto professore tedesco (chiamato “orso” da Jo) che nel diventa un fascinosissimo francese che risponde al nome di Louis Garrel (ragazze la voce che sentite è proprio la sua in italiano, tantissima robba 

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Che gli vuoi dire?

Ma questo a Greta si può perdonare, anzi direi che si può solo ringraziarla perchè raccontando la scombinata Jo March ha dato voce alle lotte che ogni giorno ogni donna deve affrontare per realizzare i suoi sogni.

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Grazie ancora cara Greta.

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La bellezza è politica. La rivoluzione di Huda Beauty nel mondo del makeup.

Il brand di makeup più famoso del 2019 è Huda Beauty. Questo è quello che è emerso dalla ricerca effettuata da Cosmetify sulla base di quattro criteri:

-l’incremento di consumatori interessati all’acquisto di prodotti Huda Beauty sulla base dei risultati di Google Trends;

– la media di ricerche mensili online;

-il numero di hashtags e followers su Instagram;

-il tasso di engagement sulla piattaforma social.

Non solo: Huda Kattan , la founder di Huda Beauty è risultata essere la donna più potente del 2019 nel mondo del makeup.

(Fonte Forbes)

Si tratta di un risultato incredibile per un brand nato nel 2013 e diventato un impero della bellezza da 1,2 miliardi di dollari.

Qual è il segreto del successo di quest’azienda?

Innanzitutto bisogna dire che Huda Beauty non è un semplice brand costruito a tavolino. E’ un vero e proprio percorso che nasce dall’intuito della self-made woman Huda Kattan, una make-up artist del misconosciuto Tennessee, con una laurea in economia e finanza presa all’Università del Michigan e una grande voglia di proporre un’idea diversa del magico mondo del trucco. Tutto nasce dall’osservazione dell’universo femminile e dalla sua continua volubilità estetica, dovuta a modelli spesso irraggiungibili e patinati.

Non è forse un caso che il prodotto che ha lanciato questa factory del make-up siano state le ciglia finte, emblema iconico di bellezza. La leggenda vuole che Huda Kattan le realizzasse a mano per le sue clienti e, a furia di richieste e passaparola, sia nata la voglia di produrle per le donne sparse nei cinque continenti. Così, grazie a un prestito di 6500 dollari di una delle sue sorelle, lancia la sua linea di faux leashes che fa il giro del mondo e delle influencer. Ma quello che rende Huda Beauty un vero e proprio caso di studio è la comunicazione del brand. Partita con la creazione di un blog seguitissimo in cui Huda Kattan svela ancora oggi consigli e segreti di bellezza di ogni tipo e per tutte le donne, successivamente è diventato un canale di promozione per i suoi prodotti, di cui viene spiegata in modo dettagliato l’applicazione con un registro ironico e mai noioso. YouTube e Instagram hanno permesso quindi a Huda Kattan di diventare una delle più potenti influencer dell’infosfera, facilitando la brand awareness di Huda Beauty e, conseguentemente, dei suoi prodotti.

(Dati BrandTotal Cosmetics Report 2019)

In un’intervista a Yahoo Business, Huda Kattan ha dichiarato che il lancio del suo business è avvenuto utilizzando delle sponsorizzate di Facebook focalizzate su New York (per l’altissima concentrazione di stampa), Los Angeles (per Hollywood) e sulla Nigeria (una nazione in cui le donne amano moltissimo il makeup). La founder di Huda Beauty ha affermato che l’analisi dei dati e delle reazioni dei suoi followers è fondamentale per la definizione del piano editoriale, basato su un confezionamento customizzato a prova di fan che genera post dalla viralità esponenziale.

https://finance.yahoo.com/news/huda-kattan-instagram-viral-posts-115920261.html

Tuttavia questo non spiega ancora del tutto i motivi che hanno permesso a Huda Kattan di avere l’industria della bellezza ai suoi piedi.

Cosa ha portato consumatori e consumatrici ad essere così interessati a un brand di make-up nato da un’influencer?

I valori del brand.

Huda Beauty infatti non vende solo trucchi ma una filosofia di self-empowerment.

La Mission di Huda Beauty è politica: usare il make-up per cambiare il mondo, partendo dalla valorizzazione delle differenze delle persone.

” Now, I want to use my platforms to create a place where we lift each other up, support each other, accept and embrace our unique differences, and celebrate them as loudly as we can. After all, with or without the makeup we’re the same person! Makeup is a tool we can use to make us feel a certain way, but beauty is what comes from within, and our confidence in it. “ https://hudabeauty.com/changing-what-beauty-means-to-the-world/?utm_source=suggested-posts&utm_medium=suggested-posts&utm_campaign=suggested-posts&utm_term=5+Rules+I+Live+By+%28And+Always+Will%29

Il makeup: strumento per valorizzare la propria essenza personale e credere in se stessi. Uno shift culturale potentissimo che ha permesso a Huda Beauty di diventare il brand più desiderato, rivoluzionando una industry da sempre giudicata legata all’effimero.

In un’epoca in cui i consumatori chiedono ai brand attenzione per il sociale, Huda Beauty diventa l’interprete di questa richiesta nel mondo del makeup grazie a dimostrazioni fattive di cambiamento dove a mettersi in gioco è proprio la founder del brand.

Va evidenziato inoltre che Huda Beauty si pone come l’emblema della categoria cultural crossfit, evidenziata nel rapporto Think forward 2020 di We Are social, valorizzando le differenze culturali e sociali per creare una community di appassionati del mondo beauty.

( Fonte Think Forward 2020 We Are Social)

La cosmetica diventa quindi un modo di incidere sul sociale influenzando il cambiamento. In altri termini si potrebbe dire che la bellezza è politica. E Huda Kattan l’ha capito benissimo.

Il sangue delle altre. Il caso della campagna #Bloodnormal di Nuvenia.

Sono arrivati i miei parenti.

Sono arrivati i miei cugini.

E’ arrivato Filippo.

Lasciala perdere, ha il marchese.

Queste, così come tante altre, sono le espressioni usate in molte forme dell’italiano colloquiale e dialettale, per parlare di mestruazioni, un tema scomodo, un tabù ancora molto forte che spesso ha condizionato e condiziona ancora la vita quotidiana delle donne.

Retaggi culturali sbagliati, ignoranza e scaramanzia sono state alla base di limitazioni di generazioni e generazioni di donne.

Qualche esempio?

“Se hai le mestruazioni, non toccare le piante, altrimenti appassiscono.”

“Non fare la salsa con le mestruazioni, altrimenti poi scoppieranno le bottiglie.”

“Non ti lavare i capelli, ci sono persone che sono morte per emorragia facendolo.”

Storie assurde, ma presenti fino a qualche decennio fa nei discorsi delle anziane alle ragazze.

Ma non è ancora finita, dove non arrivavano i pregiudizi famigliari, c’erano quelli sociali, ancora presenti nelle nostre culture. Su tutti, lo stigma sociale dello sporco e il relativo imbarazzo, una vergogna che segna chiunque l’abbia provata. Il sangue di una donna con le mestruazioni deve essere nascosto. Una donna con le mestruazioni deve celare la sua nevrosi e i suoi dolori agli uomini. Non si dice, non va detto. Anche se si sta male psicologicamente e fisicamente.

Chiaro, ci sono anche le eccezioni maschili (etero) che rispettano e comprendono il disagio femminile di certi giorni. Ma è ancora poco, pochissimo per la fragile autostima femminile. Perchè si può anche giochicchiare simpaticamente con la dicitura #girlpower, così come dicevano le Spice Girls negli anni Novanta, ma la realtà è fatta ancora di imbarazzi e pudori verecondi.

In un momento storico in cui l’agenda della politica italiana ( e non solo) è presa da leader dagli egotismi discutibili e poco interessati alle questioni femminili, occorre segnalare l’iniziativa di brand awareness di Nuvenia, azienda produttrice di assorbenti, con la campagna digitale #BloodNormal, tesa ad abbattere i tabù sui giorni rossi.

Fulcro della campagna è uno spot di venti secondi, che inizia con una fiala rossa versata su un assorbente, per poi continuare mostrando situazioni di vita quotidiana di una donna in rosso.

Lo spot si conclude con lo slogan “Periods are normal. Showing them should be too / Le mestruazioni sono normali. Anche mostrarle dovrebbe esserlo“, mostrando la sua contiguità tematica con il pay-off “Live fearless” e con l’intera campagna di comunicazione #bloodnormal, nata da una ricerca di marketing condotta tra le donne, in cui è emerso il disagio sociale che vivono nei giorni delle mestruazioni.

Sembra quasi follia, ma i dati indicano che nove donne su dieci tentano di nascondere il ciclo e oltre il 56% delle ragazze preferiscono essere bullizzate a scuola pur di evitare di parlare a casa di mestruazioni. Un vero e proprio allarme sociale che ha segnato la svolta comunicativa del brand, che ha visto riconosciuta la forza di tale cambiamento con il Gran Premio della Giuria di Cannes nel 2018.

Lo mostra la sua efficacia comunicativa anche grazie al coinvolgimento dell’influencer svedese Julian Hernandez, della modella e attivista politica Victoire Dauxerre e del brand di lingerie Dessu, realizzatore di una linea di slip autoironicamente poetica sul ciclo.

Ma #bloodnormal non si ferma solo a uno spot, prosegue con la realizzazione di una graphic novel dell’illustratore Victor Ngai e con un concorso per la selezione di tre aspiranti filmaker che realizzino corti che parlino apertamente del tema.

“Siamo solo all’inizio del nostro viaggio”, ha dichiarato Martina Poulopoti, global communication manager del brand. Un viaggio dove l’eroe vogleriano è il riconoscimento sociale delle donne.

Note dal margine

La settimana scorsa ho ricevuto una telefonata da parte di un recruiter operante in una nota agenzia per il lavoro di Bari. La chiamata inizia chiedendomi tout court quali fossero le mie aspirazioni, con innumerevoli domande insistenti. Dopo le mie risposte, il selezionatore mi chiede di dove sono e, saputa la mia provenienza, ha iniziato a dire che “Trani è molto distante da Bari”, “dovrebbe partire alle 7.30 per essere in sede alle 9.00”, “non credo sia logisticamente comodo”, critiche a cui ho risposto dicendo che sono abituata a essere una pendolare e so organizzarmi. Finita la reiterata critica sulla mia presunta lontananza (tra l’altro indicata nel cv), il selezionatore spiega che mi chiama da parte di un’associazione un po’ particolare di cui non mi può dire il nome. Visto lo strano modo di fare, chiedo se posso sostenere il colloquio in agenzia e lui accetta. Il giorno del colloquio, il recruiter mi pone una nuova serie incessante di domande sui miei progetti, sui miei interessi e su come possa conciliare tutto. Gli spiego che sono da sempre abituata alla flessibilità e che mi sono sempre gestita su mansioni e lavori tra loro lontanissimi trovando sempre un fil rouge con le mie passioni.

Lo sguardo del recruiter è perplesso e, con un ghigno sardonico, insiste sul chiedermi dei miei progetti e mi chiede se mi potrebbe andare bene una mansione dove non ci sarebbero possibilità di crescita. Insisto dicendogli che ho sempre saputo conciliare tutto e che sono molto flessibile, come si evidenzia dal mio cv. A quel punto il selezionatore mi spiega di quale associazione si tratti e dice che mi dovrei rapportare solo con il Presidente, fornisce indicazioni precise sulla mansione richiesta (addetta stampa e organizzatrice di eventi) e insiste sulla mia lontananza affermando che è un elemento che al Presidente suscita fastidio e su cui dovrò rassicurarlo (usa proprio questo verbo) in un colloquio personale. Resto sbalordita ma accetto, poi il selezionatore ritorna sulla questione dei miei progetti e delle mie aspirazioni. Ripetitivamente gli dico della mia estrema curiosità, quella che poi mi ha portato a sostenere un colloquio così strano. Dopo la mia risposta, finalmente il selezionatore scosta il velo dell’ipocrisia e mi chiede se sono sposata. Gli dico no. Il selezionatore conclude il colloquio e mi indica la sede dell’associazione in cui parlerò con il Presidente.

Saluto ed esco. Il finale di questa storia potete immaginarlo: non mi sono presentata.

Le mie competenze, seppur piccole e mediocri, non possono essere umiliate da chi vuole approfittare di una presunta debolezza per trattarmi come uno straccio. La mia dignità non la faccio distruggere da nessuno, nemmeno per il lavoro che più desidero (chiaramente non è questo il caso). Questo episodio mi ha portato ancora una volta a riflettere sul modus operandi dei selezionatori e su come talvolta puntino sul sadismo invece di dialogare davvero con chi si trovano di fronte. Vogliono cv brevi, sintetici, senza balzi temporali, super qualifiche, ti pongono miriadi domande e poi ti umiliano solo perchè sei donna e non abiti nello stesso posto della sede di lavoro. Su internet si trovano migliaia di siti che spiegano come comportarsi in un colloquio di lavoro, ma forse servirebbe un galateo anche per questi millantati selezionatori che trattano le persone alla stregua di oggetti.

Anna dello Russo o della baresità al potere della moda mondiale.

Bari e la moda. Alta, altissima, come la Bari Alto topos narrativo negli Anni Novanta del duo comico Toti&Tata nella serie televisiva “Filomena Coza Depurada”, andata in onda sull’emittente Telenorba con la complicità del regista Gennaro Nunziante (colui che ha reso celeberrimo Checco Zalone).

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I personaggi creati da quel prodotto mediatico ambivano al mondo della Bari bene, con tutti i benefit e gli status-symbol annessi e connessi: la casa a Rosa Marina (esclusiva località balneare privata), il burraco, le pellicce, il rolex, le Vuitton come se piovesse e i gioielli d’opulente appariscenza.

 

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“Parigi: una piccola Bari senza il mare”, diceva un famoso detto, ma si potrebbe traslarlo dicendo che Bari è una piccola Parigi per la moda e per la sua ossessione feticistica per i brand del lusso.

In un’intervista, Luca Medici (aka Checco Zalone di cui sopra) disse che c’erano più Louis Vuitton in via Sparano che in tutta Via Montenapoleone a Milano: impossibile dargli torto.

Vuitton per i baresi è come il pesce crudo: una ragione esistenziale. Infatti a breve il brand aprirà uno store più grande, un giusto riconoscimento per l’amore di una città che non l’ha mai tradito, nemmeno per un Micheal Kors qualunque.

Che legame ha tutto questo con Anna dello Russo detta anche AdR?

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Bari è stata per la Queen del fashion style all’italiana la culla ideale per la creazione di un immaginario patinato postmoderno. La moda a Bari è da sempre infatti legata all’eccesso: tutto deve essere tanto, pacchiano, sfarzoso, un’autentica celebrazione del cafonal. Il minimalismo a Bari è un insulto, per apparire lo sberluccichio è d’ordinanza, l’eccesso la regola.

In un simile contesto, Anna dello Russo ha trovato l’ambiente ideale per sperimentare e osare, divertendosi da teenager a scorrazzare per le boutique più in di via Sparano, scoprendo così che vestirsi è molto più che coprirsi: è un’ arte iconoclasta, odiata dai profani e amata da schiere di shopaholic alla ricerca ossessiva compulsiva delle next great thing del desiderio.

Con la sua paziente scalata alla Condé Nast (la casa di moda che pubblica Vogue), AdR ha svecchiato la boria snob delle vecchie direttrici dei giornali di moda di una volta, tutte redazioni e defilé, scoprendo l’importanza della strada per la creazione di gusti e tendenze, capendo prima delle altre che per le riviste di moda stava giungendo il de profundis ad opera dei social media, Instagram su tutti.

Così, AdR ha compreso che raccontarsi sui social le avrebbe permesso di farsi conoscere da un pubblico molto più vasto, in grado di venerarla e omaggiarla, permettendole di essere più amata di una monotona Anne Wintour.

AdR ha creato un nuovo linguaggio nel giornalismo della moda, quello che si potrebbe definire fashion influencer journalism: unire la narrazione di nuovi trend allo storytelling famigliare, senza diventare l’ennesimo personaggio social inflazionato dalla promozione di brand. AdR ha saputo trasformare la baresità modaiola in una lezione di stile universale, una bari-exploitation che emerge dalla sua continua contaminazione di stili diversi e mai banali.

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AdR con la sua “fashion shower” ha saputo cogliere il nuovo mood della moda: l’abbandono del bon ton per uno stile normcore: una moda imperfetta e apparentemente disordinata, una vera e propria accozzaglia glam stile “prendo le prime cose che trovo nell’armadio” che è invece frutto di studi e attente osservazioni.

“FASHION is declaration of own freedom”, afferma infatti AdR: una lezione di stile celebrata nei suoi camaleontici look che l’hanno resa la regina dell’editoria della moda, un vero e proprio inno alla leggerezza e al gioco apparentemente frivolo ma che nasconde studio e profondo interesse, una passione nata collezionando etichette e passeggiando nella chiassosa e modaiola Bari.

http://www.annadellorusso.com/2012/09/09/10-quotes-of-style-fashion/

Così il Diavolo non veste più Prada: sicuramente preferisce una caleidoscopia fashion shower.

 

L’attrazione da innamoramento spiegata facile facile. Il caso degli sguardi di Lady Gaga e Bradley Cooper.

Lo storytelling emozionale andato in scena ieri notte nel corso della premiazione degli Oscar è stato una catarsi collettiva per la fiumana di spettatori collegati da ogni parte del mondo, uno scioglimento struggente come la Nutella in una calda brioche, un sentimentalismo flaubertiano che mette i brividi a ogni sua visione.
Il duetto tra Bradley Cooper e Lady Gaga potrebbe essere utilizzato da Massimo Recalcati come caso di studio nelle sue lezioni lacaniane sull’amore: è facile immaginarlo osservare la coppia con il suo erotico guardo sornione mentre pronuncia (come solo lui sa fare) il cognome “Lacan”.
E’ vero, Bradley Cooper è sposatissimo con Irina Shayk, ma questo non vuole dire che siano poi così intimissimi (battutaccia lo so, magari lei nel frattempo potrebbe essersi convertita a Victoria’s Secret) e, soprattutto, per quanto Bradley possa giocare al maritino innamorato, certi sguardi non li ottieni nemmeno con un overload del metodo Stanislavskij.
A Bradley piace Lady Gaga e a Lady Gaga piace Bradley, una tautologia affettiva evidente a chiunque possa guardare il video. Chiaramente questo non implica chissà quali segreti nascosti, ma solo che c’è un innegabile feeling da innamoramento tra i due, un’alchimia di sguardi che lascia pochissimo all’immaginazione.
E poi, bisogna anche dire che Bradley ha preteso lei nel film e le ha cucito il personaggio addosso, le ha donato arte, passione e l’ha valorizzata come donna, impossibile non restarne folgorati, una vera e propria apoteosi del romanticismo.
Per questo, in fondo, ogni donna un po’ delusa non può che tifare per Lady Gaga, così che Bradley si dia una svegliata e lasci la sciapita Venere Irina per lei.
Se cosi non fosse, basterà consolarsi con la massima deii’immenso Wkw “Nella vita il vero amore si può mancare, se lo si incontra troppo presto o troppo tardi. In un’altra epoca, in un altro luogo, la nostra storia sarebbe stata diversa.”
Del loro innamoramento resterà sempre un ricordo con questo video, da vedere con quella calda brioche alla Nutella di cui sopra.

 

 

 

 

 

M5S aka le mie cinque stelle per Sanremo

 

Sanremo è San Remo, nel senso che deve dividere e scatenare polemiche per mantenere lo status quo di contenitore mediatico nazionalpopolare.
1) Questa edizione del festival ha mostrato al popolo che l’aggettivazione nazionalpopolare ha costruito un afflato semantico diverso da quello consueto.
Il “bel canto italico” e le abitudinarie litanie amorose e/o politico-sociali che hanno sempre accompagnato l’evento musicale (un tempo) più importante della musica leggera italiana, sono stati travolti dalla rivoluzione che è nel frattempo intercorsa nel pop.
Il bon ton lagnoso è stato surclassato dagli astri emergenti dalle classifiche digitali (quelle di Spotify per intendersi), così, sono schizzati sui riflettori mediatici tanti novelli Carneadi che hanno mandato in tilt buona parte della critica giornalistica, impreparata a gestire la nuova dirompente scena musicale italica.
2) Qualche festival fa, uno come Mahmood sarebbe arrivato tra gli ultimi, invece (complice anche il famigerato televoto da casa), ha meritatamente vinto.
Togliendosi l’ipocrisia musicofila, bisogna ribadire che l’obiettivo di Sanremo è quello di avere canzoni orecchiabili e radiofoniche, di quei motivetti che si canticchiano al bar o mentre si svolge un qualche tipo di lavoro.
Mahmood ha saputo coniugare rabbia delle periferie, parole e musicalità raccontando una fragile realtà quotidiana da cui tutti siamo stati sfiorati senza presunzione e senza sindrome da “premio della critica”. Si dirà che avrà fatto qualche garbo alle industrie discografiche, ma il pezzo funziona e bene.
3) I vari Cristicchi e Silvestri personalmente li ho trovati bolsi e pedanti, più in preda alla fissa da primo della classe che da quella dell’innovazione musicale.
E poi, davvero vi ascoltereste quel testo di Cristicchi a prima mattina? A quel punto meglio “Ok Computer” dei Radiohead se proprio.
4) La mia invece personale folgorazione va ad Achille Lauro, uno che mi permetto di definire il Matthew Healy italiano.
“Rolls Royce” è l’asaltazione del nichilismo esistenziale contemporaneo, la nipote indiretta di quella meravigliosa “Transmission” dei Joy Division. L’esibizione con Morgan resterà nella storia.
Adorazione assoluta e ascolto ossessivo compulsivo per lui, tra l’altro era anche il più attizzoso tra i cantanti in gara.
La stella nata a Sanremo è la sua.
5) Che bello vedere gli Zen Circus a Sanremo, sono il più grande gruppo musicale italiano e l’hanno dimostrato con un pezzo di autentica poeticità punk, a dimostrazione che dietro “il cinismo più bieco e spietato, tipo quello da cantautorato” c’è il più sagace romantismo possibile. Grandiosi. Il premio della critica lo avrebbero dovuto assegnare a loro, ma la democrazia semplicemente non funziona e il televoto lo dimostra. Perchè Sanremo alla fine è sempre Sanremo.

La narrazione del consumo secondo QVC

C’erano una volta  Postalmarket e Vestro, mercati patinati su carta che imperversavano nelle case degli italiani proponendo ogni genere di chincagliera possibile: dallo stendino a sospensione passando per capi d’abbigliamento in stile democristiano (ovvero nulla di eccessivamente sexy e stiloso) fino all’importazione delle prime cineserie (solo molto dopo i cinesi sarebbero arrivati a occupare metri e metri quadrati di negozi in ogni angolo d’Italia).

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Questo mondo nei primi anni novanta si è lentamente estinto (Postalmarket è definitivamente fallito nel 2007, ma la sua crisi è iniziata nel 1993 con la cessione della pubblicazione da parte della sua fondatrice al gruppo editoriale tedesco Otto Versand), lasciando soli i desideri inespressi di miriadi di consumatori che potevano trovare conforto al desiderio di acquisti ossessivo-compulsivi solo negli ipermercati accecanti che iniziavano a essere costruiti ovunque, complice la politica glocal in cerca di consensi facili.

Ma le masse, inesauste di acquisti, non erano ancora soddisfatte: volevano qualcosa di esclusivo, marchi difficilmente reperibili, una relazione più confidenziale con gli addetti vendita, sconti in qualunque periodo dell’anno e la possibilità di acquistare comodamente seduti nel salotto di casa.

Così è arrivato internet con i vari Amazon e Zalando ma, mancava ancora qualcosa: la relazione, il contatto diretto, la coccola, perchè comprare in qualche modo è un’emozione e un freddo carrellino online non realizza totalmente l’esperienza di acquisto.

Così nel 2010 è giunto in Italia QVC, canale di retail televisivo nato nel 1986 negli Stati Uniti.

 

“Quality, Value, Convenience”, sono le parole d’ordine di una realtà che è diventata la seconda piattaforma media televisiva negli Usa e che in Italia (canale 32 del digitale terrestre) sta conquistando sempre più spettaconsumatori.

Un giorno, casualmente, mi sono imbattuta su questo canale e mi sono dedicata alla sua attenta osservazione, incuriosita dall’accuratissima strategia adottata, un vero unicum in  Italia.

QVC infatti punta su un’interazione amicale tra le presentatrici-venditrici delle varie trasmissioni e il pubblico da casa. Non esiste distanza: chi presenta identifica alla perfezione il target di riferimento del brand da proporre. Le conduttrici sono delle micro-influencer che utilizzano gli stessi prodotti che sono distribuiti dal canale e suggeriscono alle followers come utilizzare al meglio i prodotti acquistati tramite Facebook, Instagram e Twitter.

Affiancate da rappresentanti delle varie aziende, le presentatrici illustrano con pacatezza e ricche descrizioni i prodotti, che spaziano dalla cosmesi, alla moda fino agli elettrodomestici per la casa.

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Le presentazioni più affascinanti sono quelle legate al mondo del beauty, dove vengono proposti brand a prezzi competitivi (su tutti Perricone MD, Elemis e SBC), avvalendosi di rate senza interessi e con la possibilità di comprare senza carte di credito, avendo anche la possibilità di restituire qualsiasi acquisto entro 30 giorni.

QVC struttura le proprie politiche di prezzo secondo un marketing rigidamente codificato secondo le seguenti proposte:

-today’s special value: l’offerta del giorno, solitamente la più conveniente, dove vengono proposti acquisti a prezzi scontatissimi e in ingenti quantitativi se si tratta del settore merceologico beauty;

-one day only: sconti (solitamente del 30%) destinati a salire nei giorni successivi;

-prezzo di lancio: prima presentazione di prodotti che verranno poi ripresentati in altre trasmissioni;

-prezzi outlet: le rimanenze (a volte inguardabili) con prezzi di buona convenienza.

QVC è una media company profondamente attenta alle peculiarità delle nazioni in cui si stabilisce, per questo motivo cerca di valorizzare i comparti produttivi più importanti che caratterizzano un determinato paese.

In Italia, QVC si occupa di ricercare aziende moda e beauty poco conosciute in grado di rispecchiare in pieno la filosofia alla base del canale e dei suoi destinatari, con un progetto chiamato QVC next  che ha permesso a 26 aziende emergenti di proporsi al grande pubblico.

Degno di nota è anche l’interesse per il mondo delle start-up al femminile, con QVC Next Lab, un programma di sostegno all’imprenditoria rosa, giunto alla seconda edizione.

Dall’analisi di QVC emerge che le televendite imbonitrici sono ormai destinate a scomparire, per lasciare spazio a una modalità di retail che cerca di essere attenta al mondo circostante, favorendone lo sviluppo economico.

 

 

 

 

 

Di esistenze come scaffali del supermercato

“Io cerco il mare, tu il wi-fi”, canta Baby K, simbolo di un’incomunicabilità sempre più asfissiante che riguarda tutti. Vodafone nello spot regala giga magnanimamente (almeno in apparenza) per concedere di postare foto segnaletiche delle nostre esistenze multiple. Il personale ormai è pubblico. Presi dalla dipendenza social, senza cui non sapremmo più apprezzare la bellezza di un tramonto, non parliamo quasi più, se non utilizzando qualche frase fatta condivisa acriticamente.

Esponiamo noi stessi come prodotti di uno scaffale del supermercato, nell’attesa fervida di likes che soddisfino il nostro ego narcisistico. Tutto è pubblicabile tranne il malessere delle nostre esistenze, da cui evadiamo cercando di mostrare i nostri migliori sorrisi. Nel frattempo si rompono ponti, virtuali e ahimè reali, come nella tragedia di Genova, ma ormai siamo incapaci di protestare se non con un “condividi se sei indignato”, come nelle catene di una volta.

Siamo paralizzati dalla nostra vanità a portata di smartphone, per poter assemblare una minima riflessione politica argomentata e, così, basta il primo crucco che spara cazzate usando le dirette Facebook, per credergli lasciando emergere quel virus fascista da cui non siamo mai stati sufficientemente vaccinati.

Siamo fragili, per questo radicalizziamo le nostre visioni, incapaci di cogliere nello smarrimento le opportunità di rinascere, dando nuove prospettive a noi stessi e all’Italia. Ma fuori sono 41 gradi, il mare aspetta e l’alga tossica anche. Non c’è nessuna rivoluzione fuori e dentro QVC trasmette in diretta per 17 ore al giorno facendo compagnia ai consumatori e alle solitudini represse, mentre l’umido appiccicaticcio dell’ovvietà attanaglia le nostre esistenze fintamente sorridenti.